[La Stampa] Care aziende, usate Twitter per essere internazionali

[La Stampa] Care aziende, usate Twitter per essere internazionali

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lastampa.it

Il social marketing è da tempo entrato a far parte delle strategie di promozione. Weevo propone a Smau un workshop sull’argomento

Social è ormai una parola magica: nel web come nella vita, nei rapporti personali come in quelli lavorativi, sembra la formula per schiudere nuovi orizzonti e trovare il successo. Gabriele Carboni, giovane fondatore della società Weevo, è convinto, per esempio che Twitter sia, per una azienda, la porta d’ingresso alla internazionalizzazione.

 

Lo spiegherà allo Smau di Milano il 23 ottobre (http://www.smau.it/speakers/gabriele.carboni/), nella conferenza “Twitter come strumento di comunicazione aziendale”.

 

“Mi riferisco alla comunicazione esterna – ci spiega Carboni-, o meglio a Twitter come strumento di inbound marketing per le aziende, soprattutto ai fini dell’internazionalizzazione. Non si tratta di un mezzo pubblicitario, ma di uno strumento che permette una comunicazione bi-direzionale”.

 

E certo è questa una delle specificità dei social network: ci si può esporre, ma bisogna essere pronti a raccogliere le risposte, buone e cattive. Il rischio è sempre quello di gettarsi con la disinvoltura del dilettante in un gioco che ha, invece, regole precise.

 

Lo conferma la ricercatrice presso gli Osservatori ICT & Management della School of Management del Politecnico di Milano, Fiorella Crespi, che allo Smau curerà un laboratorio dedicato allo smart working (http://www.smau.it/milano13/schedules/laboratorio-smart-working/). A proposito del fenomeno del social marketing, spiega alla Stampa che il suo ruolo “è molto rilevante anche se non sempre le aziende sono consapevoli dei benefici e dei limiti di tali strumenti”. Inoltre, prosegue la ricercatrice “essendo i social network degli ambienti su cui le persone trascorrono una parte significativa del loro tempo, questi possono rappresentare un’ottima opportunità, ma è fondamentale che le aziende intercettino potenziali clienti con modalità di ingaggio diverse da quelle del marketing tradizionale e meno invasive nei loro confronti. In alcuni ambiti più innovativi, come per esempio le Mobile App, i social network vengono già utilizzati da tempo come vetrina per promuovere le App sfruttandone l’aspetto legato alla viralità”.

 

Insomma, occorre strategia: “Solitamente – spiega il fondatore di Weevo – impostiamo una strategia su tre elementi: Mercato, Target e Obiettivo. Il primo obiettivo è sempre quello di creare una brand awareness per l’azienda”, vale a dire costruire una consapevolezza del proprio marchio, “quindi farla conoscere nei mercati che intende approcciare. In particolare stiamo ottenendo ottimi risultati sui Paesi anglofoni e sulla Russia, su cui ci stiamo specializzando”. Strategia, dunque, ma anche strumenti tecnici: “per analizzare la comunicazione su Twitter, e quindi fornire risultati concreti ai nostri clienti, abbiamo anche sviluppato una web app, Glouk, che sarà presentata nel corso del workshop a SMAU”.

 

L’applicazione promette di fare da bussola alle imprese nel mare magnum di cinguettii, hashtag e contenuti che popolano quotidianamente il social network. Il programma, infatti, promette di scovare le hashtag migliori per scrivere i messaggi, e non solo per Twitter; pianificare l’invio dei messaggi in maniera dettagliata; ricercare i following migliori per coinvolgere più persone a un evento e attrarre follower; seguire il livello di coinvolgimento sulle hashtag dedicate a un evento o a un singolo workshop, salvando chi le usa in una lista separata per poi attivare azioni di marketing mirato; suddividere i follower acquisiti in categorie personalizzate, anche in base al sesso, alla lingua o a entrambe; analizzare tutto il flusso di dati tramite un pannello di controllo e creare un report professionale in formato Excel.

 

Già, perché, come ovvio, né Twitter né altri social network hanno nulla di magico e se si vogliono sfruttare occorrono risorse, impegno, e soprattutto proposte in grado di convincere.

 

“Mentre Facebook si rivolge a un mercato quasi esclusivamente B2C (business to consumer, dalle imprese ai privati, ndr), Twitter si è dimostrato un valido strumento anche per chi fa B2B (impresa che si rivolge ad altre imprese, ndr), e soprattutto permette di raggiungere qualsiasi mercato anche solo con un account, in particolare grazie all’utilizzo mirato delle hashtag” precisa infatti Carboni, aggiungendo che “Proprio per la sua “duttilità”, inseriamo Twitter in tutte le nostre strategie social, ma Lo sconsiglierei, e questo vale per tutti i social media, se il cliente non avesse contenuti da comunicare, o non volesse supportarne l’uso con una strategia mirata”.

 

Un problema che probabilmente Carboni ha misurato anche su se stesso. Dopo alcune esperienze manageriali all’estero è tornato in patria per fare l’imprenditore, nel bel mezzo di una crisi economica ancora priva di autentici sbocchi. Un percorso che, in molti, giudicherebbero suicida.

 

 

E infatti, ci racconta, sono “partiti senza capitale da investire, ma tanta voglia di lavorare, cosa che manca un po’ ai giovani italiani, così come manca la voglia di intraprendere, di mettersi in discussione, nonostante siano comunque tante le startup che stanno nascendo”.

Una pigrizia, tuttavia, a cui il quadro normativo ed economico del Belpaese concede parecchi alibi: “La principale difficoltà – ammette lo stesso Carboni – è la tassazione italiana, che non ci permette di ’godere’ appieno dei frutti del nostro lavoro”, A qualsiasi dei miei amici, ne ho tanti che mi chiedono consigli su come fare impresa e aprire una startup, dico: ’provaci’; anzi, in un periodo come questo, dove le aziende difficilmente assumono, proporsi come freelance o come azienda partner, è decisamente la strada giusta da intraprendere”.

 

Ma a chi si è fatto all’estero non si può non chiedere: suggerirebbe a uno straniero di fare impresa qui da noi? “Non saprei, dipende da dove viene – temporeggia diplomaticamente Carboni – Trovo difficile, in questo momento, venire a proporre prodotti o servizi dall’estero, mentre invece il contrario, quindi l’internazionalizzazione delle nostre aziende, è probabilmente l’unica chiave per uscire da questa crisi. Gli amici stranieri li invito più che altro a mangiare”.

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